Primo Capitolo – Houston

Quattro anni fa decisi di trasferirmi negli States.

Ovviamente, fui spinta dal mio attuale marito, in caso contrario sarei ancora piazzata a casa di mia madre.

La città in cui passare 4 anni era Houston.

Invito ognuno di voi a scrivere Houston su Google e cliccare sulle immagini. Sono sicura che vi sia apparsa una delle più belle città che vorreste visitare.

Google vi sta imbrogliando.

Houston è una città enorme, in cui ti puoi spostare soltanto in macchina. Quando ti improvvisi camminatore, la gente ti viene in soccorso perchè crede che tu sia in preda al panico o perchè stai vedendo Dio o qualche oggetto volante extraterrestre.

Houston non è bella e sicuramente non una meta turistica.

I primi mesi sono stati molto difficili. Non mi ero trasferita a Houston per lavoro ma per amore. La mia fortuna/sfortuna era avere mio fratello e il mio compagno con me. Si erano trasferiti due anni prima, per cui tutto quello che per me era nuovo, per loro era la routine. Io soffrivo di nostalgia e loro mi dicevano che ero stupida. Storia chiusa.

Il problema maggiore era la lingua. 

Ho smesso di bere la coca cola per molto tempo perché ogni volta che la ordinavo, il 90% dei camerieri scoppiava a ridere e il restante mi portava la cioccolata calda. La motivazione : pronunciavo la parola coke, cok invece che couk. La prima significa pene e la seconda coca cola. Quindi per i primi mesi avevo chiesto in tutti i ristoranti se potessi ricevere un pene al tavolo. 

Il secondo problema era ottenere i documenti per poter lavorare. 

Quando sono arrivata in America, avevo un semplice visto turistico. Col visto turistico, non puoi lavorare. That’s it! Puoi sicuramente trovare qualche lavoretto in nero come cameriere in un ristorante ma se per caso ti dovessero beccare… puoi dire bye bye agli States per tutta la tua vita. 

Io non mi ero trasferita con l’idea di ritornare in Italia ma volevo stare con il mio compagno. Prendemmo una decisione di petto. Ci siamo sposati in meno di 48 ore in corte. Mio marito pianse il giorno prima del matrimonio e io durante. Non sono riuscita a pronunciare nessuna parola… quindi lui mi ha promesso il mondo e io mi sono limitata a rispondere con singhiozzi e soffiate di naso. 

La svolta è arrivata quando ho ottenuto i documenti per potere lavorare. In 3 mesi ho ottenuto l’autorizzazione al lavoro e ho trovato lavoro grazie alla mia amica Roxana. 

Mi hanno assunto in un’azienda come receptionist. Vi ricordate che non sapevo parlare in inglese? la situazione non era cambiata. Per cui passavo il mio tempo nascosta in bagno per evitare di rispondere alle chiamate dei clienti. 

I clienti erano disperati, io lo ero molto di più. 

Il CEO mi aveva presa a cuore e decise di non licenziarmi ma spostarmi di posizione. Iniziai così a lavorare come Order entry, in sostanza inserivo gli ordini dei venditori e successivamente come Expeditor. 

Se gli Americani sono considerati politically correct, nell’ambiente lavorativo lo sono molto di più. Non si dicono parole offensive, sessualmente esplicite o che possono urtare la sensibilità dei tuoi colleghi. Dato che la loro sensibilità è molto alta, te ne freghi delle regole e li corrompi successivamente per non avere problemi con il dipartimento delle Risorse Umane. Ad ogni lite con il mio collega  Italiano, metà dell’azienda pensava che stessimo per ucciderci senza se e senza ma.

Dopo 6 mesi finalmente avevo un lavoro, degli amici e convivevo con mio marito. Da quel momento in poi la mia vita negli States cambiò radicalmente. 

Houston era diventata la mia casa. 

Ti sembra di vivere in una realtà aumentata tipo il Grande Fratello. Vivi tutto in modo eccessivo. 

Le amicizie diventano ben presto la tua seconda famiglia. Non esiste alcuna differenza tra le amicizie che ho costruito negli anni nella mia città natale e quelle a Houston. Anzi, spesso quando torni a casa ti senti un pesce fuori dall’acqua. Questo accade non perché hai manie di grandezza ma necessariamente cambi, inizi a confrontarti con tematiche, problemi, culture così diverse che ti portano a fare un percorso diverso rispetto a chi è rimasto per anni nello stesso luogo. 

Uno dei problemi maggiori di cui mi trovo spesso a parlare quando sono nella mia città natale è il lavoro. Un argomento che mi deprime perché per quattro anni ho imparato che il lavoro si basa sulla meritocrazia. Parliamoci chiaramente, ci sono le segnalazioni, che hanno come unico scopo la possibilità di presentare in azienda una persona che ritieni valida. Se non dovesse rivelarsi tale, verrà licenziata. 

Impari che puoi diventare chi vuoi, indipendentemente da cosa hai studiato. Questo non vuol dire che diventerai Steve Jobs in 10 ore di volo dall’Italia, ma se hai delle qualità puoi diversificati. Chi ha studiato legge, non per forza sarà un avvocato ma, ha la facoltà di scegliere di diventare altro senza essere sottoposto ai giudizi inutili degli altri. Il gol è avere una vita migliore e non importa come raggiungi quell’obiettivo. L’importante è che tu riesca a raggiungerlo. 

In una città così grande come Houston, riscopri la voglia di passare più tempo a casa degli amici. I party più belli sono quelli a casa con gli amici che portano i loro amici che diventeranno i tuoi nuovi amici. In sostanza ogni qualvolta mio marito mi chiamava per farmi sapere che aveva organizzato una cena tra intimi, sapevo che avrei dovuto non apparecchiare la tavola ma un buffet. Credo che siamo riusciti a ospitare 40 persone in un salone di 50mq. Lui cucinava e io pulivo. 

Houston mi ha regalato una delle esperienze più belle della mia vita. E’ stato amore puro. Ho riscoperto la bellezza delle persone, ho costruito legami indistruttibili, ho pianto e riso con consapevolezza, sapendo che prima o poi quell’esperienza sarebbe finita. 

Giunta al termine della mia esperienza non mi resta che ringraziare me stessa principalmente per essere stata audace. Mio marito per avermi aiutato a capire che la bellezza della vita sia gironzolare per il mondo e i miei amici-colleghi per essere stati tali. 

Adios Houston! 

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