Homeless a Houston

Il giorno prima che Vincenzo partisse per il Cairo abbiamo organizzato la cena con i nostri amici. L’emozione di vederli per l’ultima volta come coppia era enorme. Da un momento all’altro ci saremmo separati e io avrei vissuto per un altro mese da SOLA a Houston. 

Dopo la festa siamo tornati in hotel, ci siamo guardati, abbiamo rifatto le valigie e in silenzio siamo tornati a dormire per l’ultima volta a casetta nostra. L’idea di passare l’ultima notte in un posto diverso da quella che avevamo chiamato casa, non ci avrebbe fatto chiudere occhio. 

Il 27 Ottobre Vincenzo è partito, e io sono rimasta da sola in una valle di lacrime. 

Per la prima volta stavo realizzando che  casa per me è una persona e quella persona è Vincenzo. 

Mi sono sempre auto definita una persona estremamente indipendente, anche in amore. In meno di 24 ore ho dovuto assestare la percezione di me stessa e ammettere che posso essere indipendente da Vincenzo solo se, quando torno a casa, lo trovo lì  ad aspettarmi. Ne rimasi ferita, e ancora oggi quando ne parlo mi vengono le lacrime agli occhi. Vi chiederete perché ?Mi ritenevo invincibile e invece ho scoperto che senza mio marito mi sento fragile e non protetta. Lui è la mia roccia!  Dovete considerare che le coppie espatriate avvertono un legame più profondo, più intimo. L’uno e l’altro giocano il ruolo del migliore amico, della mamma, del papà e del parente lontano. Siamo necessariamente l’uno nelle mani dell’altro. Questo non vuol dire che chi non espatria non ha un legame pari a quello nostro ma che in qualsiasi momento, gioia o dispiacere, potrete rifugiarvi nell’aiuto da casa. Noi no!

La sensazione che stavo provando era il tipico stato di abbandono di un neonato di 8 mesi. Con i bambini così piccoli si gioca a coprire e scoprire il volto con le mani in modo che capiscano di non dovere avere paura, perché tanto ritornerai. 

Vincenzo mi considera un’adulta, non ha voluto giocare con me e io sono caduta in uno stato di abbandono perenne!

Ogni mio amico si è attivato per consolarmi. Anna, famosa per non apprezzare le lamentele, mi ha invitato a ubriacarmi (sono astemia); Francesca e Martina, mi hanno promesso ore e ore di visione di ” C’è posta per te, Un Giorno in Pretura e Chi l’ha visto?” mangiando cioccolato; Jessica mi ha detto “chissenefrega che tuo marito è partito, l’importante è che tu sia rimasta qui” e mi ha svegliato tutti i weekend per un mese alle 9 del mattino perché quelle sarebbero state le ultime nostre colazioni; Elvia mi ha aiutato a superare la tristezza, raccontandomi le sue sventure e di come anche Belen sia triste dopo essersi lasciata con Iannone. Almeno noi, un marito l’abbiamo!; Annali mi ha tenuto a casa sua, coccolandomi e facendomi credere di seguire pedissequamente il regime dietetico che avevo imposto per entrambe; Nath mi confondeva con discorsi sul lavoro, usando la strategia del dolore schiaccia dolore; Andrea continuava a litigare con me a lavoro per farmi credere che tutto fosse uguale a prima; Marco mi chiamava per accertarsi che fossi sempre viva. Le mie colleghe mi hanno invitato a festeggiare il friendsgiving ( perché a quanto pare mangiare il tacchino solo durante il thanksgiving non è sufficiente!) E tutti gli altri continuavano a sorvegliare il mio stato di depressione durato per la bellezza di 4 lunghissimi ed estenuanti giorni. 

Pur essendo  l’aiuto degli amici importante ( eccetto quello di Anna), ho dovuto necessariamente farmi forza. L’asso nella manica ovviamente l’avevo io!

Cosa può ristabilire la felicità di una donna? Lo shopping.

Ore e ore passate nei centri commerciali senza un marito che ti faccia notare che forse è il momento di smetterla di spendere soldi, comprando roba inutile e che non entrerà nelle valigie. Ci tengo a precisare che la situazione psicologica in cui versavo, non mi ha permesso di comprendere che non avrebbe avuto alcun senso comprare vestiti invernali, dato che  nella nuova meta, la minima sarebbe stata 21 gradi. Ma se faceste leggere questo post a uno psicologo anche incompetente, vi spiegherebbe come la mente umana possa subire delle distorsioni di percezione della realtà,  in stati di abbandono perenne come il mio. Mia madre, mi ha detto “amore mio, non ti preoccupare che ti porto io la neve al Cairo!”

In tutto il periodo vissuto da sola, ho sbarrato ogni giorno la data sul calendario. Il countdown mi è servito a realizzare che il tempo di separazione da Vincenzo non fosse poi così lungo. Fino a quando il 5 Dicembre, mi sono trovata all’interno della macchina diretta all’aeroporto. 

Ad aggravare la mia situazione psicologica è stata la paura dell’aereo! Ho i miei riti per cercare di non partire con un attacco cardiaco in corso. Ascolto la musica di Adele, inizio a camminare all’indietro in aeroporto e tocco in modo circolare la parte di pelle tra il pollice e l’indice. Quando salgo in aereo, studio il linguaggio del corpo di tutte le Hostess, in modo da carpire il loro stato d’animo per tutta la durata della tratta. Mi seggo al mio posto e per una questione di fato non mi alzerò mai più. Ho perfino risposto alla madre di una bambina di 4 anni che per errore avevano separato da lei, che per quanto mi riguardava avrei potuto accudire io la bambina, e che invece di fare la chippettona e pagare di meno il suo biglietto, avrebbe potuto selezionare i posti. Quando la signora mi ha guardato con disprezzo, io le ho risposto che al fato non si comanda. Prima che l’aereo parta, ripeto 3 volte ogni preghiera, iniziano a sudarmi le mani, le asciugo e inoltro messaggi a tutte le persone a cui voglio bene  e spengo il telefonino soltanto quando sono certa che mi abbiano risposto tutti. Durante il decollo, inizio a pensare che uno stormo di uccelli stia per infilarsi dentro l’elica e guardo dal finestrino se ne vedo qualcuno in lontananza. Da quel momento in poi, inizio a pensare che potremmo precipitare da un momento all’altro e che sia così ingiusto. Ho un sacco di cose da dover fare e morire così su un aereo mi sembra la peggiore della morti. Nel frattempo comincio a sentire la vescica implodere dopo aver bevuto quattro tazze di valeriana, ma non posso alzarmi. Se l’aereo dovesse precipitare mentre sono in bagno? No, non voglio morire senza stringere la mano di qualche altro passeggero. Quindi rimango seduta e osservo le hostess che nel frattempo cazzeggiano. Al primo suono dell’aereo, le guardo e le vedo parlare con la cabina. Mi preparo, sono sicura che il pilota stia comunicando un ammaraggio o un atterraggio di emergenza. Le hostess capiscono che sono terrorizzata, mi guardano e annunciano che ci potrebbe essere qualche turbolenza. Da quel momento inizio a pensare che la turbolenza sia soltanto un dosso, soltanto che in aereo sembra che mi sia seduta per sbaglio su una lavatrice in funzione. Guardo gli altri passeggeri e gli faccio cenno che probabilmente staremo morendo tutti. Finalmente l’aereo atterra, e l’aiuto frenando con i piedi sul sedile difronte, per evitare che il pilota si schianti proprio in quel secondo precedente alla fine del mio incubo. Mi alzo subito in piedi ed esco dall’aereo. 

Quando mi chiedono come è andato il volo, sorrido e dico che è andato bene. Un volo sereno.

Non imbroglio dicendovi che ho pianto per tutta la durata del volo da Houston a Francoforte.  Le uniche interruzioni sono avvenute di fronte al cibo e la più lunga quando hanno servito il tortino al cioccolato. 

Sono atterrata al Cairo dopo 14 ore, sporca di cioccolato ma felice di abbracciare Vincenzo per iniziare il nuovo capitolo: IL CAIRO 




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